"Paolo Monga ritrae persone comuni, incontrate per caso sul suo cammino, persone che spesso passano inosservate.

Con la volontà di far emergere la loro peculiarità e la loro bellezza e, per estensione la bellezza di tutti noi, Monga indaga le loro espressioni con una pittura realista ma non pedantemente fotografica.
Estraniandole su fondi che li portano in una dimensione sospesa, ce li restituisce attraverso una pittura connotata da pennellate sensibili quanto accurate.
In alcuni lavori é la lue a colpirci e a guidarci attraverso l'opera, rendendo ancora più fisicamente presente quest'umanità."

                                                                                                                                      Francesca Guffanti 

Sospesi nel destino

Il destino è un orizzonte da riempire ancora nascosto in un paesaggio incompiuto. La domanda cruciale, che inevitabilmente ci rivolge, si declina in una triade inseparabile e ineludibile: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Non sembra insensato chiedersi Che ci faccio qui? domanda esistenziale e anche titolo del celebre libro di Bruce Chatwin, non a caso scelto da Paolo Monga come unico personaggio riconoscibile in una galleria di ritratti di sconosciuti. Infatti i racconti dell’instancabile viaggiatore si ispirano a spunti reali per poi prendere una direzione che sconfina nell’inverosimile e nella finzione. Similmente, Paolo Monga impiega la documentazione fotografica raccolta, per poi intenzionalmente decontestualizzare luoghi e ambienti, ed ottenere un effetto di spaesamento affine alla poetica della narrativa di Chatwin. Partire dalla suggestione di una immagine certa per perdersi in un paesaggio indefinito. Si riconosce una non trascurabile irrequietezza nei ritratti a figura intera o piano americano, frontali, di profilo, di tre quarti, tutti accumunati dal suggerire l’impressione di galleggiare sospesi nella propria autonomia autoreferenziale. In Trittico il punto prospettico moltiplicato circumnaviga il capo come fosse un pianeta visto da un’orbita: è un punto di vista pan-ottico e avvolgente che circoscrive l’identità alla ricerca di una assoluta oggettività dove il formato di una fototessera impazzita sembra ossessionata dall’identità sferica e sfuggente della testa. L’identità personale è già un universo troppo vasto per poter essere trasceso, l’individualità umana sembra compiuta ed invalicabile. Il mondo si mostra fermo in un eterno presente, mentre la vita scorre senza avvertire: è come esistere ma senza inviare segni di vita.

Tutta la vulnerabilità si mostra quando si viene catturati da uno scatto non richiesto. Ritratti di uomini non illustri, ma circondati da un’aura indicibile di eccentricità, resi visibili dal dono naturale della personalità. Istrioni involontari, dandies inconsapevoli, attori di strada non professionisti che recitano sul palcoscenico aperto della vita quotidiana, senza battute già scritte, ma cooptati in un ruolo da protagonisti per una improvvisa visibilità. Ritratti sottratti all’innocenza.

Occorre ispirazione, intuizione e rara attenzione per afferrare il particolare rivelatore, il dettaglio psicologico, che tradisce il mondo interiore della fauna umana contemporanea. I protagonisti dei quadri di Paolo Monga potrebbero appartenere a quell’affresco sociale grottesco della Grande bellezza di Paolo Sorrentino, c’è un’aria di famiglia che li accomuna nelle tensioni sottese  e nel tono disincantato di chi appartiene a un mondo troppo antico per vivere davvero il presente. Vivono una certa avversione al protagonismo diffuso, forse per questo vogliono guadagnare una posizione più appartata. Ma c’è sempre un fotografo predatore in agguato che li porta alla ribalta.

Quella di Paolo Monga è una tecnica saldissima, seppure appresa non da troppo tempo. Il suo esperimento oltre i confini della fotografia è mantenuto all’interno di quel che resta della pittura. Vite parallele che non si incontrano. Volti nella folla, stravolti dalla follia. Senza nome, rivolti altrove, ma inseguiti dal resto del mondo. Solitari, diversi, elitari nel protendersi fuori campo, ritardatari fuori tempo massimo. Non troppo dimessi d’aspetto, ma dismessi dal dovere di apparire, mai fuori posto, dignitosamente fuori posa.

C’è una ricercata genesi fotografica nelle opere di Paolo Monga che ne rappresenta il pre-testo, il presupposto ontologico, il fantasma originario di un’immagine pittorica ancora da compiersi. Il fotografo, spinto da un interesse fisiognomico, riprende quasi per caso volti che, quasi inspiegabilmente, lo colpiscono durante un viaggio, spesso attraversando città straniere. E’ una ricerca di espressività, colta nei tratti umani capaci di condensare un’intera storia di vita in un unico istante di autenticità. E’ un gesto assoluto che si tinge del mistero della biografia. Sconosciuti che diventano protagonisti pur rimanendo enigmi. Può essere, volta per volta, un artista, un antiquario, un pescatore, i personaggi scovati in un incontro casuale, vengono decontestualizzati con un lavoro di filtraggio e depurazione del soggetto, che perde il ruolo, la dimensione pubblica, e viene rappresentato grazie alla pura energia comunicativa della fisiognomica. Sono concentrati di vita vissuta distillati nel colore della pittura. Sono caratteri che comunicano col corpo, ma che, invece di raccontarsi, preferiscono interrogarci senza proferire parola.

Nel processo artistico di Paolo Monga lo scatto fotografico è selettivo per istinto, grazie a un’attenzione fluttuante su volti solo in apparenza  ordinari, ma che ad una successiva analisi compositiva e ulteriore raffinamento del taglio dell’inquadratura, rivelano tratti e potenzialità rimaste ignote. Solo a questo punto si passa all’esecuzione pittorica. Dunque si tratta di dipinti esclusivamente realizzati da foto a loro volta ritoccate per quanto riguarda l’inquadratura.

La pittura è interpretazione dinamica ad alta intensità cromatica, è vibrazione unica irriproducibile, è un campo di sensibilità che reagisce alla pretesa oggettività del fotorealismo lasciando affiorare impulsi latenti dal profondo dell’inconscio. Il gioco di variazione e sfumatura della tradizionale tecnica ad olio consente di restituire un tocco di vitalità che la tecnica fotografia non possiede. La pittura è immaginazione estetica che coglie la metamorfosi  del soggetto e lo condensa in un’icona di luce. Sono le imperfezioni dell’epidermide, i leggeri strabismi degli occhi,  l’intensità dello sguardo, le asimmetrie quasi impercettibili del corpo, il profilo del naso, la postura ad esprimere la vitalità altrimenti irriproducibile del soggetto. Grazie alla sottostante preparazione fotografica, la costruzione pittorica si arricchisce di verosimiglianza senza cedere ad un eccesso iper-realistico: non si cerca una stucchevole imitazione patinata foto-realistica, piuttosto si vuole permettere un dialogo tra strati di verità svelando il dispositivo in azione che combina scatto fotografico meccanico, superficiale ed effimero, e pennellata provvista di densità materica e significante più profonda. La pittura, con la sua pratica gestuale e interpretativa sa trasmettere una qualità esistenziale che la fotografia non può raggiungere. La figurazione post-novecentesca non può rimuovere la soglia che la fotografia digitale ha fatto varcare alla dimensione dell’immagine contemporanea nella costruzione pixel dopo pixel dell’identità personale.

La pratica artistica di Paolo Monga si avvale di un metodo di rallentamento del processo creativo mediante un rituale di preparazione dei supporti  che assembla pannelli, incolla la tela e predispone in modo accurato lo sfondo su cui dipingere. Ciò è finalizzato a rendere possibile una forte caratterizzazione del rapporto figura-sfondo  che permette di rendere in maniera assolutamente contemporanea e consapevole l’aleatorietà del rapporto tra il soggetto e il contesto paesaggistico in cui si trova ad agire. Da una parte una cura estremamente definita del dettaglio fisiognomico e della resa materica dei tessuti e delle vesti dell’individuo, dall’altra la campitura monocroma nello sfondo che installa il soggetto in un luogo astratto privo di storia e di referenza ad un paesaggio concreto riconoscibile. Per questo il fantasma non è più rappresentato dalla persona, ma piuttosto dal paesaggio. Lo scenario è il mistero più profondo che risucchia il soggetto in un destino indicibile e misterioso. Il paesaggio conserva una perfetta ambiguità di ambientazione, provenienza e futuro. Le avventure e le disavventure di cui non è dato in alcun modo sapere, si possono solo intuire con l’arte dell’immaginazione. La promessa di riempire una campitura di colore con il profilo di un mondo in sottofondo non è stata ancora esaudita. Occorre pazienza per lasciare emergere un altro mondo, restando indecisi tra un destino da compiere ed un dubbio da non sciogliere.

                                            Vittorio Raschetti

Ritratti non ritrattabili

Curiosità antropologica, ma anche stupore per l’apparizione improvvisa della differenza individuale, l’ossessione per il ritratto è per Paolo Monga una celebrazione laica della bellezza della personalità sempre pronta a confrontarsi con il linguaggio della contemporaneità. La singolarità intraducibile, l’inattingibile opacità dell’essenza individuale è restituita per mezzo di un rituale di avvicinamento lento ma inesorabile, a partire da appostamenti fotografici, attese interminabili quasi come i tempi di posa degli antichi ritratti, preziosi istanti rivelatori rubati all’intimità con la solitudine inaccessibile della persona con se stessa. Il carattere individuale non si confessa, ma si tradisce in una serie di atti mancati, di abitudini apparentemente inspiegabili, di fissazioni, atteggiamenti e posture inconsce. Testimonianza apocrifa, ma verosimile, del carattere, quasi come una seduta psicoanalitica che risveglia i tratti inconsci di un mondo sommerso di motivazioni ulteriori, che affiora, velatura dopo velatura, sulla tela dell’artista.

Non è la committenza a rendere meno libera la mano dei veri ritrattisti antichi o moderni. Un esercizio di immaginazione  addirittura accresce la propria forza rappresentativa a partire dai vincoli dell’aderenza naturalistica fisiognomica alla figura, così come non è meno metafisico un ritratto dal forte impatto concreto. La trascendenza del volto non dipende dalla minore cifra realistica della rappresentazione, ma dall’ambivalenza del mistero della contemporanea presenza ed assenza dal mondo: presenza nello spazio ed assenza dal tempo. Le opere di Paolo Monga prendono forma grazie alla tensione tra i materiali tecnologici di partenza, e l’immaginazione metafisica creando una figurazione concettuale che lascia apparire un lato spesso trascurato della tarda modernità. Il ritratto metafisico non è mai completamente astratto dal mondo, ma si dispone ambiguamente in transito tra il mondo e l’al di là dal mondo.

Solo volti sapientemente selezionati, in grado di ispirare con un carisma naturale, sguardi predestinati ad una perfetta condensazione della personalità. Nessun eccesso caricaturale, un impatto quasi iperrealista che non sconfina nel freddo fotorealismo ma suggerisce un tratto allusivo, sottilmente allegorico, portando alla superficie tutta l’inquietudine contemporanea del grado zero del ritratto. Il silenzio della pittura avvolge il brusio dell’azione smarrita. Una presenza umana priva di compromessi ed intrecci con il paesaggio che si offre liberata da doveri, commenti o spiegazioni. Caratteri puri, privi di mediazioni, apparentemente sprovvisti di relazioni con un mondo apparentemente inabissato in un orizzonte vuoto atemporale. Storie solo immaginabili, nomi criptati di personaggi ancora non decifrati. Identità ed enigmi da conservare. Ritratti da meditazione, volti concessi solo dopo lente distillazioni di toni, tratti, vibrazioni: colori trattenuti, concessi solo per serie di sottrazioni. Tutta l’apparente inattualità della forma ritratto riprende vita grazie alla consapevolezza del bisogno di riconfigurarsi all’interno delle poetiche antinaturali, antiumanistiche, dell’arte contemporanea. Paolo Monga ha intuito che occorre ricominciare dal tortuoso percorso della pittura, per trattenersi in un tempo analogo a quello del vissuto personale e permettere una comprensione esistenziale ancora autentica così radicalmente differente dalle macchine di produzione post-umana di illusione digitale.

La frammentazione dell’immagine che si scinde in una pluralità di pannelli separati dalla cornice, ma ricomposti nel rimando della figura che prosegue al di fuori del quadro in prospettive simultanee che avvolgono il ritratto moltiplicando i punti di osservazione in composizioni costruite con dittici e trittici. Le prospettive entrano in  risonanza tra loro costruendo una visione che diventa movimento e ritmo di ricomposizione dell’immagine.

I ritratti di Paolo Monga mostrano la discesa dal piedistallo della storia, dalle false certezze della narrazione biografia, dalle rivelazioni fisiognomiche, dalla celebrazione agiografia del carattere e del successo. Sono ritratti non ritrattabili, definitivi, oltre qualsiasi narcisismo e culto della personalità. Ritratti predestinati a testimoniare non il vero, ma il possibile. Volti che si confrontano col vuoto, innescando un processo di rarefazione della narrazione individuale, che da biografica diventa  sintomatica e riemerge come scrittura latente e proiezione inconscia. Uomini solitari immersi in uno scenario indefinibile galleggiano in una pittura atemporale che affonda in un campo di energia monocromatica. Ritratti retrattili, come artigli felini solo apparentemente mansueti,   in grado di scalfire la superficie e cogliere fino al fondo il tratto ancora sanguinante di vitalità sotto l’apparente letargo della personalità.

Vittorio Raschetti